Abrázame
hasta que olamos a lo mismo.
Que nuestros sexos
se penetren y se abracen.
Hasta que seamos
un poco más el uno el otro,
Para que nunca nadie
nos lo pueda arrebatar.
Bueno y breve (respuesta)
Bueno y breve.
No temas, yo te voy a cuidar.
De mí, de tí,
De los otros y de nosotros.
Como un amigo te voy a cuidar.
En mi carrete se estacionan
Todos mis recuerdos tuyos.
Chak-chak.
Aún no está lleno.
Y creo que nunca lo estará.
No voy a decirte que lo siento,
Porque no sería sincero.
Voy más bien a decirte que te siento,
Y que aquí siempre te quiero.
Dame tu mano, dame tu hombro,
Y déjame llorar tu futura ausencia.
Lágrimas de amor, de nostalgia futura,
De cálido pasado y de feliz presente.
Déjame llorarte de mí,
De lo que nunca seré,
Y de lo que siempre quise ser.
Un llanto sin tristeza,
Pero rico en valor.
Pero rico en color,
Pero rico en amor.
Clack-clack,
¿Has oído?
Es mi ex-duro costado,
Que se ensancha para ti,
De ti,
Hacia tí.
Eres gorda en amor,
Eres flaca en maldad,
Eres alta en opinión,
Y grande como esta ciudad.
Hoy voy a nadarte en mi mar,
Voy a comerte sin sal,
Voy a olvidar el mal,
Y mis esquinas limar.
Así que no me uses con parsimonia,
Embriágate de mi gloria,
Consérvame en tu memoria,
Y disfruta de esta historia.
Que aunque la noche sea tenue,
Y tú amor leve,
Quiero dejártela escrita,
Para que siempre se repita,
Lo bueno y breve.
Ven a mí
Hola Nera, ven hacia mi
Parte, que pienso darte
Arte, para llevarte
A Marte, y con un salto
Bajarte, para buscarte
Besarte, tocarte,
Cuidarte, mojarte,
Para que sigas viniendo a mí
Casa, a darte arte.
Pero
La noche va a llegar,
Aunque tú no la hayas besado.
Aunque no la hayas tocado.
Aunque la hayas amado.
Pero
Aunque la hayas amado.
Aunque no la hayas tocado.
Aunque tú no la hayas besado.
La mañana va a llegar.
Su ser tan real
Su sonrisa es un sol caliente,
Me abraza, me siente,
La vivo, la encamo,
Y yo sé que no me miente.
Su codo es dulce mantequilla,
Me fascina, me pilla,
Lo toco, lo chupo,
Y lo muerdo en su orilla.
Su pie es una pluma suave,
Me camina, me sabe,
Lo beso, lo libo,
Y dejo que en mi pecho se clave.
En cambio, su ser, tan real,
es algo vivo y no ileso.
Es una fiesta glicerina.
Es caliente, dulce y suave,
Me abraza, fascina y camina,
La vivo, la toco y la beso,
Y por fin floto sobre el mal.
A veces no quiero escribir
A veces no quiero escribir.
Sí, parece que a uno no le gusta, pero no es así. Hay días eN que tengo tanto que decirle al papel y aún así no consigo estar sentado.
Cuando la mayoría de los días disfruto de la transcritura de las palabras, otra pocas veces representa para mí un suplicio; un despecho que me hace la vida. Como si me hubiera portado mal y tenga que estar con el boli o el teclado en la mano para expiar mis pecados. Pero nadie me obliga, ni yo mismo. De lo que hablamos aquí es de una necesidad devastadora de sacarlo todo, de terminar aquella descripción que te estaba quedando preciosa o de vomitar lo que piensas en forma de verso, porque se sabe, los versos pesan, y si no se escupen te perforan la garganta.
El otro día justamente, el sol era alto, los prados eran verde tras una semana de lluvia, los ríos anchos y las calles se llenaban como no se llenan no el último sino el primer día de verano. Salí con todo el equipaje, dispuesto a sentarme en el verde y escribir el guión de la mejor historia de todas… Y nada. Literalmente nada, no sé si por el sol, los perros, los niños jugando… Pero no conseguí concentrarme. O simplemente no me apetecía o no tenía nada que escribir. No lo sé y no me importa. Lo dejé fluir y disfruté del día, cómo sería lo normal.
Pero hay otros días en los que escribir no es un placer, al revés, se vuelve un deber.
Tienes mil ideas en la cabeza, las frases que te suben por la garganta , tú queriendo frenarlas, pidiendo orden, pidiendo tregua. Pero las ideas siguen revoloteando y las frases brotando de la punta del boli. Mi libreta se llena,mi mano se cansa..Me encuentro ya dispuesto a levantarme y como un relámpago otra frase, otro concepto. Basta otro ambiente, basta imaginarlo distinto para querer cambiarlo de nuevo y claro, tus amigos te esperan, tu chica se molesta y tú te quedas hacendl tu deber, sin quererlo, sin desearlo. Pensando en lo que te espera, y odiando esa puta casa con las grandes baldosas blancas, que parecía que estaba limpia pero el polvo se quedaba en las junturas de los cuadrantes dejando que la suciedad se ocultara de la maniática madre de Reffaello
A veces odio escribir
A veces odio escribir.
Siento como que la vida que vivo no es la mía y que ésta se aleja lentamente dejando un día vacío y una libreta llena
El sol a las 12 (ita- no terminsda)
Non era ancora mezzogiorno che il vento smise di soffiare, come per appesantire il pedante sole che calava a picco sui bagnanti, lasciando scorrere sopra d’essi una leggera brezza marina che puntava verso terra.
La prima patina d’acqua rifletteva la luce come uno specchio che va in frantumi incontrando ,alla fine, i primi scogli a mare e tornando indietro, lentamente, a raccontarlo a qualcuno.
Sarebbe stato impossibile resistere a quel caldo se non fosse per il cappello di paglia, pensava la signorina Martina, mentre saltellava da una roccia all’altra, con precauzione e lentezza.
Era arrivata presto e non pensava andarsene fino al tramonto, o almeno così voleva. Le sue vacanze erano sempre state caotiche e affrettate; avventure su avventure. Ed era giunta l’ora di prendersi un po’ di tempo per se stessa.
Quell’anno non desiderava altro che stendersi, ungersi con un qualche olio estremamente abbronzante e aspettare pazientemente il calore arrivare de lei, avvolgerla, appoggiare forse un tallone fuori dall’asciugamani e bruciarsi brevemente prima di ritirarlo.
Aveva ancora una delle due settimane prenotate, per farsi cullare dal suono delle onde ed i pescatori, e non pensava sprecarle andando a vedere l’ennesimo paesino pieno di piccole interessantissime mostre locali.
Aveva scelto addirittura di non allontanarsi dalla pensione che aveva affittato; la priorità era quella di trovare un luogo tranquillo e ne aveva fin sopra i capelli degli affollatissimi lidi o dei chiassosi ritagli di spiaggia pubblica, che il comune abbandonava completamente.
Era per questa serie di decisioni che si convinse a scendere, dopo una leggera colazione, sugli scogli al fondo del lungomare, proprio dove finiva il paese ed incominciava la verde e frastagliata scogliera.
Martina aveva notato che dal paese sembrava ci fosse un’unica collina che rompeva in acqua, fu solo una volta arrivata sugli scogli che potè contemplare l’infinità di caverne e piscine che si formavano abbassandosi la marea.
Il mare era piatto ed il fondale molto alto. Le correnti non avevano popolato quelle roccie con piante ma con i pesci più variopinti che sguazzavano da tutte le parti ad ogni increspamento dell’acqua.
Scelse la roccia con cura; voleva avere la vista completa della baia, ma voleva anche avere un’occhio rivolto verso l’entrata degli scogli; non le piaceva avere le spalle scoperte e doveva trovare sempre un riparo sicuro.
Dopo un’altro salto si fermò e si alzò lievemente la visiera del cappello con la mano.
Intravide un’altipiano formato da cinque o sei roccie perfettamente allineate e riparate verso la parte del paese da altre più alte. Era come avere un attico con vista al Mediterraneo; le spalle riparate e la montaña sulla sua destra.
Si decise e avanzò sorridendo mentre scivolava da una pietra all’altra.
A pochi salti dal posto scelto fu sorpresa dalla vista della baia; dietro la salita della dolce collina, la terra cadeva a picco sul mare, come fosse stata distrutta appositamente per creare un’infinità di grandi cavità della roccia che si comunicavano con altre più piccole.
La parete della collina era foltamente provvista di un muro quasi unico di piante rampicanti che fluivano da tonalità verdi a gialle estive.
Martina era così assorta da quello spettacolo che per poco non lasciò scivolarsi dalle mani la stuoia quando un gabbiano la sorvolò spaventandola con un verso acuto e lancinante.
La ragazza le sorrise e fini d’arrivare all’ultimo scoglio prima della sua piazzola, lo scavalcò senza lasciare il suo equipaggio e suspiró una volta posato tutto.
La brezza si alzò come per salutarla e lei ricambiò; si sentiva soddisfatta di come era iniziata la giornata e del giro che potevano aver preso le vacanza.
Si chiese, mentre stendeva la stuoia, se non fosse stata una scelta un po’ pigra quella degli scogli sotto l’alloggio, ma ad ogni occhiata che si lanciava attorno si rallegrava sempre di più di star cambiando, di aver incominciato a prendere decisioni un tanto diverse giusto per vedere cosa le teneva in serbo il destino.
Si sedette e si sfilò gli anfibi gommati che aveva finalmente deciso usare, dopo anni di essersi negata. Appoggiò un momento la schiena sulla roccia e la ritrasse non appena senti la pelle bruciare sotto la tela di lino che usava a modo di vestito, che si sfilò dopo essersi trascinata lontano dallo scoglio.
Rimase un momento con i pantaloncini aperti sopra il costume seduta li dov’era.
Ricordò, dopo poco, che era la prima volta che si trovava completamente da sola a mare da quando si era separata e si chiese, anche se quest’idea le le apparse come un successo molto remoto, se non volesse liberarsi completamente dei vestiti, per una volta che era sicura di star lontana da sguardi indiscreti.
Si rese conto da sola quanto poco appropriata fosse quell’idea stando così vicino al centro abitato, e per un momento si chiese come fosse possibile che fosse completamente sola in quel paradiso; com’era possibile che i locali rimanessero sulle sponde del porticciolo invece di popolata quella baia.
Si alzò per guardare il paese dietro il muro di roccia e si accorse di quanto lontano fosse, di quanto avesse camminato in meno di un’ora. Si godette il trionfo e dopo essersi curata che nessuno stesse condividendo il panorama con lei, si sfilò affrettata e goffamente il pantaloncino, sganciò la chiusura del reggiseno e liberò il seno in segno di vittoria mentre si affrettava a sdraiarsi per prendere il sole.
Scelse dalla sua borsa da mare una crema solare e si dispose a proteggersi le zone più a rischio di ustione.
Dentro di sé sorrideva sapendo di aver trovato pace, che nessuno la avrebbe scoperta e che non si sarebbe mossa fino a sera.
Così fu, in parte. Sentiva come si fosse addormentata; il sole non aveva smesso di colpire ma ad un primo sguardo non vide il rossore tipico sulle braccia delle scottature.
Guardò l’orologio e constatò che erano passate effettivamente più di tre otre e si chiese se fosse successo qualcosa nel frattempo. Ricordava solo essersi girata qualche volta per abbronzarsi meglio. Tutto il resto, doveva averlo dormito, pensó.
Decise di non preoccuparsi, si convinse che nessuno l’avesse vista. Si tirò su in ginocchio e diede un’occhiata in giro in cerca di persone. Nessuno aveva scelto quella destinazione, nessuna famiglia, nessun guardone, nessun gruppo di amici decisi a divertirsi fino allo stremo. Ringraziò se stessa e si tirò su in piedi per vedere oltre la roccia piatta della parete. Fu una sorpresa inaspettata la vista di un unico uomo, forse un ragazzo che alla lontananza saltava sportivamente da uno scoglio all’altro.
Portava una camicia sbottonata ed un costume corto blu che gli arrivava a metà coscia. Uno zaino pesante si sbilanciava a ad ogni suo movimento e saltava insieme ai suoi capelli mossi ed ai suoi occhiali da sole.
Martina non aspettò il secondo salto che si scoprì a rimettere velocemente la parte di sopra del costume addosso, nel caso quell’inopportuna visita le passasse vicino.
-Che seccatura- pensava tra se, mentre già si era coperta e provava ad aggiustarsi i capelli scompigliati dal sonno.
Si stese e si decise ad aspettare che lui passasse di largo senza vederla; farsi trovare addormentata sotto il sole era sempre stata la miglior maniera di evitare conversazioni.
Sistemò la schiena e le gambe d’appoggio le braccia lungo i fianchi. Fu solo passati diversi minuti che si chiese cosa fosse stato del visitatore inaspettato, e proprio mentre lo faceva sentì vicino l’intonazione e bassa voce di una canzone pirata, forse una di quelle che si sentivano nei cartoni animati e rise per se ancora ad occhi chiusi.
«Che bella vita che bella davver, è la vita del bucanier..» continuava a ripetere quella strofa come fosse un minatore a prim’ora del dì, Martina non resistette più e sboccò a ridere gravemente mentre girava il viso verso l’asciugamano. Sapeva che quel rumore avrebbe rivelato la sua posizione e provo a smettere. Per fortuna, pensava, quell’uomo un po’ infantile doveva aver visto le piscine e aver cambiato rumbo. Doveva essere così visto che la canzone aveva smesso di echeggiare tra gli scogli.
Si girò nuovamente e socchiuse gli occhi per comprovare fosse sola. Si tirò sui gomiti e infine seduta. Solo quando incrociò le gambe e stese la schiena che si accorse che l’uomo non era altro che un ragazzo, forse anche più giovane di lei, di carnagione olivastra e che aveva trovato il suo posto a non più di qualche metro da lei. La cosa la spiazzò subito ma si accorse velocemente che l’altipiano che aveva scelto era forse l’unico spiazzo pianeggiante di tutta la scogliera. Lo guardo con la coda dell’occhio; aveva occhi profondi e verdi che gli conferivano un aspetto severo e seduttore, era tutt’altro che attento a lei, anzi, si era già apparecchiato per bene una tavola imbandita con tanto di birra per mandare giù quello che s’apprestava a scartare.
Lasciò su dei fazzoletti alcuni piccoli panini e si mise a farcire degli altri ancora vuoti. Aveva smesso di cantare e il suo viso sereno rivolto verso il mare, noncurante dell’entrata degli scoglio le trasmise la serenità dello spiaggista abituale.
Aveva tutto organizzato e sembrava non avere fretta per incominciare. Di tanto in tanto si fermava a osservare la baia e le piscine senza sembrare sapere che lei fosse li sdraiata.
Non era abituata a passare inosservata. Il ciò la infastidiva notevolmente, però d’altronde pareva che il ragazzo sapesse esattamente cosa lei stesse cercando arrivando tanto lontana sugli scogli. Doveva essere un posto per solitari, si disse, dove le persone si congregavano a fare finta di non vedersi per stare un po’ da sole. Questo la tranquillizzò un poco e decise di seguirgli il gioco.
Si lasciò scivolare indietro e chiuse gli occhi. Riuscì stranamente a rilassarsi; si era accorta che in un modo o nell’altro si era ritrovata su quelli che alla fin fine erano degli scogli, senza nessun’altro che quello che alla fin fine era uno sconosciuto. Ma nonostante tutto si sentiva a suo agio. Sapeva, e forse solo un poco sperava, di non correre pericolo.
I dolci tratti di quel giovane viso appena sgualcito le fecero abbassare la guardia cosa che non succedeva spesso, soprattutto con uomini tanto palesemente seducenti.
D’altronde, quale villano si sarebbe sistemato così vicino a godersi un vero e proprio banchetto in un modo tan poco goffo?
A quest’ultima idea senti tremare lo stomaco ;la colazione non era evidentemente bastata e gli aromi de quei cibi si facevano notare anche a controvento.
Fu proprio allora che notò, dietro le palpebre, il rosso spento del cielo annerirsi. Istintivamente aprì gli occhi levando una mano a modo di scudo
Cuando te vas
Eres pequeña pero
Dejas un vacío enorme
Cuando te vas
Luz
No en los lumes si no en el día,
Es donde he encontrado más luz.
